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Unafacciainprestito [Nella tentazione di essere]
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Curiosità
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Una faccia in prestito
Perchè la faccia che avevi
Una volta è rimasta stampata qui
Nei tuoi modi di fare, nel tuo
Palpitare e distinguerti,
Nella vecchia passione,
Nella tentazione di essere,
Non piangere, coglione, ridi e vai…
(Paolo Conte)

 

 

Fa una canzone senza note nere

“Fa una canzone senza note nere,

se mai bramasti la mia grazia avere.

Falla d’un tuono ch’invita al dormire,

dolcemente facendola finire.

Per entro non vi spargere durezze,

che le mie orecchie non vi sono avvezze”.

(Orazio Vecchi, canzonetta rinascimentale)    



"Di fronte al mare la felicità è un'idea semplice"
(Jean Claude Izzo - Chourmo)

 



QUESTO BLOG NON AMA I COMMENTI ANONIMI



1 novembre 2011
Marta

Marta lo guardò attraversare la strada. La curvatura delle spalle, le lunghe gambe scattanti, i capelli spettinati, tutto le era familiare. Tutto le era estraneo. Si chiese quante volte le sue mani avevano percorso quel corpo, i suoi occhi ne avevano scandagliato i più remoti pensieri, alla ricerca di emozioni, paure, amore. Amore. Era stato amore? O piuttosto passione, un incontro di solitudini e di vite contromano nell’attesa dell’inevitabile schianto? Lo guardava camminare spedito, sul viso quell’aria da guappo, così in contrasto con il rigore della sua morale, con la sua età. Portava un maglione blu. Pensò che non lo aveva mai visto con un maglione. Era d’estate, allora. Aveva nostalgia del profumo della sua pelle, a volte, adesso le sembrava quasi di sentirlo, nonostante lui fosse distante. Ricordò all’improvviso quanto lui la facesse sentire bellissima, il brivido del suo sguardo che indugiava sul suo corpo, l’amore caldo, avvolgente.
E poi ricordò anche il resto, il silenzio, l’incapacità di tradurre in parole i pensieri, in azioni l’amore, in attenzioni l’affetto. L’incapacità di esserci, di possedere, di lottare.
Ma di chi? Ma per cosa? Marta pensò che nessuno di loro l’aveva mai saputo.
Lei era scivolata via senza che lui nemmeno provasse a fermarla.
Marta pensava tutto questo nell’esatto momento in cui lui sollevò lo sguardo. Le sorrise, le tese la mano. Non disse nulla.
Marta si sentì bellissima.

.
 




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17 agosto 2011
Pietre e conchiglie

La materia non mente mai. Una pietra è una pietra. Una conchiglia è una conchiglia. Mi piace raccogliere pietre. Anche conchiglie. Lo faccio in modo istintivo. Le infilo in tasca. Poi in un cassetto. O in auto. A distanza di anni sbucano, piccole tracce di cui spesso non ho più memoria. Però le tasto, le soppeso, le tocco, le annuso. Che forma ha questa pietra? Se è tonda è stata trasportata da un fiume. Oppure è piatta, e si è staccata a scaglie da una roccia. E che colore ha? E questa conchiglia? Ancora profuma di mare? Porta ancora con sé tracce di sabbia? Oggi sono in cerca di tesori, apro i cassetti della memoria frugando alla rinfusa, cercando ricordi come conchiglie. O come pietre. Ma i ricordi non sono materia. I ricordi mentono. Li tasto, li soppeso, li tocco, li annuso. Non hanno forma. Nè odore. Non resta neanche un poco di sabbia, lì, sul fondo.




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26 luglio 2011
sentimenti
Altro non resta

Ho varcato la soglia, nuotando nella notte e nel silenzio delle stelle, in un quadrato di cielo urbano racchiuso tra alte mura. Ho seguito la tua traccia, come un bracco ostinato. Mi hanno catturato due laghi grigi, struggenti di malinconia e carichi di futuro. E mentre tutto intorno il vuoto fa un rumore assordante e infuria la guerra tra ragione e sentimento, altro non mi resta che vivere.




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30 giugno 2011
letteratura
IL NUOVO SONETTO A ELENA

Quando tu sarai vecchia, bimba (Ronsard già te lo disse),
ricorderai quei versi che io recitavo.
Avrai i seni tristi d'aver cresciuto i figli,
gli ultimi germogli della tua vita vuota ...
Io sarò così lungi che le tue mani di cera
areranno il ricordo delle mie rovine nude.
Comprenderai che può nevicare in Primavera
e che in Primavera le nevi son più crude.
Io sarò così lungi che l'amore e la pena
che prima vuotai nella tua vita come un'anfora piena
saran condannati a morire tra le mie mani ...
E sarà tardi perché se n'è andata la mia adolescenza,
tardi perché i fiori una volta danno essenza
e perché anche se mi chiamerai io sarò così lungi ...
 

(P.Neruda)


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2 maggio 2011
SOCIETA'
unafacciainprestito, i pronomi relativi e le forze dell'ordine

- Adesso gliela rileggo e poi lei se va bene me la sottoscrive.

- Va bene.

- " ..... la signora intende poi denunciare lo smarrimento della patente di guida che non ricorda il numero"

- "di cui"

- come?

- "di cui". Dovrebbe sostituire il "che" con "di cui".

- va bene. "Denuncia poi lo smarrimento del documento di identità, che non ricorda il numero"

- "di cui

- va bene, "di cui non ricorda il numero. Denuncia infine lo smarrimento di un portafoglio contente carta di credito, che non ricorda..."

- di cui

- va bene," di cui non ricorda il numero, e di denaro contante (pausa di riflessione)... DI CUI ammontava a 50 euro (sguardo trionfante)". Sottoscrive?

- ... Sottoscrivo....(bisogna sapere quando è il momento di arrendersi).




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14 aprile 2011
DIARI
L'amore ai tempi della SIP

Mi ami, ma quanto mi ami? Va detto: non era affatto facile amare al tempo della SIP. Adesso, al tempo della Tim, ad essere romantici son buoni tutti. Facile parlare d’amore al cellulare, immersi in una vasca piena di schiuma, con un bicchiere di buon vino e due olivette e le luci soffuse e i violini in sottofondo. L’amore al tempo della SIP si faceva in piedi, nelle cabine che per bene che ti andasse avevano i vetri rotti, una scritta “Giusepe frocio c’a la mamma putana” sul vetro e un odore persistente di piscio stantìo . E le cabine nel quartiere erano sempre rotte e allora via a camminare (ma le mamme di casa non uscivano mai?) e gli innamorati erano sempre tanti, che sembrava che tutto il mondo traboccasse d’amore perché lì fuori c’era sempre la fila, ma quale romanticismo e romanticismo, allora, è ancora lunga?, un minuto solo, qualcuno c’ha un gettone?, vaffanculo, muoviti cornuto! Eppure l’amore al tempo della SIP era l’amore immaginato, era un sogno a dispetto di tutto, era l’amore eterno e per la vita. E stasera pagherei per una cabina puzzolente, un gettone della Sip, un amore da credere eterno, per il freddo che mi entrava nelle ossa d’inverno e le zanzare che mi martoriavano le caviglie d’estate. O forse pagherei per vent’anni di meno o per una valigia di sogni ancora interi.


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15 febbraio 2011
Il pianista

E’ buio, il teatro. Sul palco l’orchestra termina gli ultimi accordi, ma nessuno sembra accorgersene. Il pianista è lì al centro e muove le mani, tutto attorno è silenzio è commozione, è attesa, è rispetto. E suona tutto il suo corpo, la malinconia del suo viso triste. E tu sai che ad ogni nota è il suo sorriso che vede, è il profumo della sua pelle che sente, è il suo ricordo che si allontana. E quando finisce la musica tutto attorno è silenzio, è commozione, è attesa, è rispetto.  C’è solo una farfallina, su in alto, verso il festone del sipario, che vola piano piano, descrivendo delle ellissi.




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31 gennaio 2011
DIARI
Non-sense

Non leggo più libri che finiscono male, non guardo film con bambini che soffrono, non indosso mai qualcosa di giallo o arancione, non metto nessun profumo, non amo il formaggio grana nel minestrone di verdura, non sopporto le foto scattate in obliquo, non resisto a non correggere chi scrive pò (con l'accento), non uso le suonerie dei cellulari, non mi piace chi non sorride mai, non mi siedo al ristorante dando le spalle alla porta, non mi piacciono i tacchi che riecheggiano, non ho mai mangiato il gelato al puffo, non capisco la musica Metal, non amo i neghittosi, non ho pazienza. Non mi piacciono i numeri pari, in particolare il 6.  Non ho un buon carattere.




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24 novembre 2010
DIARI
Ritorni
Spalanca le finestre, lascia che entri il profumo della nebbia e scacci l'aria un po' stantìa delle stanze chiuse. Accendi una musica tutta piena di note, lasciale svolazzare attorno alla candela. Guarda che bella, l'ombra delle biscrome sul muro, sembra un bambù orientale.  



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23 novembre 2010
CULTURA
Vieni micio
Vieni micio
scappiamocene di casa io e te
facciamo fagottino
tu con la tua coda nera
io con la mia tra le gambe
mettiamoci in cammino.

Vivian Lamarque



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23 gennaio 2009
POLITICA
Assonanze e dissonanze: Veronica e l'America
Veronica,
amavi sol la musica sinfonica
ma la suonavi con la fisarmonica,
Veronica, perchè?
Veronica,
se non mi sbaglio stavi in via Canonica;
dicevi sempre: "voglio farmi monaca!"
ma intanto bestemmiavi contra i pré!
Ti ricordo ancora come un primo amore:
lacrime, rossore fingesti per me.
Mi lasciasti fare senza domandare
quello che pensassi di te, oh!
(coro): In pé! In pé! In pé! In pé!
Veronica,
il primo amor di tutta via Canonica:
con te, non c'era il rischio del platonico,
Veronica, con te!
Veronica,
da giovane, per noi eri l'America:
davi il tuo amore per una cifra modica
al Carcano, in pé, ma...
Ti ricordo ancora come un primo amore:
lacrime, rossore fingesti per me.
Mi lasciasti fare senza domandare
quello che pensassi di te, oh!
Veronica,
l'amor con te non era cosa comoda,
nè il luogo, forse, era il più poetico:
al Carcano, in pé; ma...
Ti ricordo ancora come un primo amore:
lacrime, rossore fingesti per me.
Mi lasciasti fare senza domandare
quello che pensassi di te,
mi lasciasti fare senza domandare...
al Carcano, in pé!


(Enzo Jannacci, "Veronica")

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16 ottobre 2008
DIARI
Luna, sostantivo femminile

Appare sui tetti della città che dorme, la luna tonda e bianca, si specchia vanitosa nel fiume pigro e denso, si profuma di umido e di autunno, si ammanta dei vapori della notte e poi, silenziosa, rotola via ancheggiando.


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6 ottobre 2008
Sono mele Carpendù e non si discute


Sarà che i piemontesi, si sa, son falsi e cortesi, e i milanesi e i pavesi pure. Sarà che la barbera monferrina ha un gusto rotondo che ti avvolge e ti coccola. Sarà che c'è quella luce di settembre, calda e diagonale. Sarà che i funghi sono i funghi e i tartufi sono i tartufi. Sarà che lui, lui e lui hanno reso la giornata leggera e fresca che sembrava di stare tra vecchi amici. Sarà che uno è morbido, l'altro è tenero e il terzo sornione (rigorosamente in ordine sparso). Sarà anche merito di una donna dolce e di un uomo goloso. E anche di Gaspare Pasta. Sarà. Ma quella di ieri è stata una bellissima giornata.

15 settembre 2008
DIARI
In sul far dell'autunno

 L'autunno lo senti nei piedi gelati, nella smania di tè al gelsomino, nell'aria fredda del mattino.  Si insinua nella voglia di cippi accesi scoppiettanti, nel gatto che si adagia accanto a te in poltrona, stirandosi lento, nel desiderio di un bicchiere di nebbiolo sinoiro, di libri densi al gusto di miele. I riti dell'autunno prevedono liuti e viole in sul far della sera, le prime zuppe dense con la zucca, il vecchio maglione sformato che sa di lavanda. L'autunno è fatto di luce calda, l'autunno è stagione sincera.




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4 settembre 2008
DIARI
Quelli che...braccia rubate all'agricoltura



Il Professore: “Guarda che strani maiali”
Unafaccia: “Veramente sono pecore tosate” 



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2 settembre 2008
DIARI
L'isola che c'è


Il vento spazza i pensieri, porta profumo di mare e urla di gabbiani, curva i giunchi delle dune e scompiglia le criniere dei cavalli neri. Cielo nero e tempesta, raggi di sole violenti e improvvisi, distese di sabbia e fango fin dove l'occhio si perde. Case dal tetto di paglia, chilometri controvento e cuore sereno. Quiete.




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25 agosto 2008
DIARI
Idee


Noi di solito concertiamo le vacanze, come a un tavolo sindacale. Ciascuno cede su qualcosa e la vince su qualcosa. Solitamente il Professore cerca di vincere - anche ricorrendo a mezzucci - mostre e musei. Io punto a portare a casa almeno un orto botanico, una gitarella nella natura e un buon numero di ristoranti - di solito mettere una maglietta scollata durante la trattativa mi dà qualche vantaggio sul risultato. Capita sempre però che a un certo punto della vacanza mi viene un'idea. L'idea di quest'anno è stata di passare alcuni giorni del nostro soggiorno ad Amsterdam andando alle Isole Frisone. Niente musei. Niente mostre. Niente città. Niente auto. Una buona idea, direi. Naturalmente sono stata un po' parca di informazioni. Quando siamo arrivati al piccolo molo di Texel, un molo di legno strettissimo e altissimo, quasi una palafitta, gli occhi del Professore dicevano “dimmi che non è vero”. Quando è arrivato il “traghetto”, un barchino scoperto da trasporto merci, i suoi occhi dicevano “stavolta ti strozzo”. Quando abbiamo preso il largo verso Vlieland, con il mare tumultuoso e il vento gelido della sera, dicevano “ti giuro che non hai scampo”. Quando siamo attraccati ad un molo identico al primo ma con una distesa infinita (letteralmente) di fango davanti a noi, senza nessun segno di civiltà per chilometri, dicevano “prima di ucciderti ti torturerò”. Quando ci hanno caricati - noi e un paio di altri genietti - su un enorme truck, che dopo aver attraversato miglia di fango scalava le dune, i suoi occhi dicevano “se io ne esco vivo allora tu te ne pentirai”. Quando ci hanno scaricato nell'unico centro abitato dell'isola ha puntato diritto al noleggio biciclette e la sua vendetta è stata implacabile per i giorni a venire. Ho male ovunque.

24 agosto 2008
diari di viaggio
Texel



Pecore spumose, come nuvole cadute dal cielo, punteggiano i verdi prati di un bianco squillante. Soffia il vento senza tregua, ignaro di tutto, dei miei capelli imbizzarriti, del nostro cuore in tumulto, del cielo incostante come una signorina bizzosa. Il tramonto è di luce lieve, che filtra sotto il cielo nero, che sfiora il mare minaccioso, colorando le onde d'argento. La spiaggia infinita freme sotto la furia del vento, la sabbia corre senza sosta, saettando tra le conchiglie, a coprire ogni impronta dei nostri piedi nudi. Qualche gabbiano tenta di librarsi in volo, per ricadere poco dopo, al riparo tra le dune. Quando cala la sera tra le mucche pezzate che ruminano davanti a casa, mi prendi per mano, mentre il vento fa suonare tutti i rami della foresta. E' un concerto tutto per noi.

24 agosto 2008
DIARI
Sabbia


Te ne sei andato
che eravamo di fronte al mare. Un mare freddo come l'argento sotto un cielo di piombo. Con le onde lunghe dalle creste spumeggianti. Un mare che ringhiava al vento, che piegava gli arbusti sulle dune, che ci percuoteva la faccia senza lasciare neppure il tempo alle lacrime di rigarci il volto. Ti devi essere distratto un attimo dalla tua corsa in direzione ostinata e contraria, o forse solo ti sei fermato, per un unica volta, a riposare. Perché lo so, che eri stanco. Ti deve avere colto così, in un momento che non eri attento. Forse il vento che cancellava in un attimo le nostre impronte sulla sabbia deserta del mare del nord in una metafora inopportuna e dolorosa eri solo tu, che avevi ripreso a correre, finalmente inafferrabile, come hai sempre voluto.




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18 agosto 2008
DIARI
Il cuore di Zeedijk (o di Amsterdam?)

Esci di casa la mattina ancora mezzo addormentata, svolti nella solita via e d'improvviso una drag queen di un metro e novanta circa per centoventi chili almeno, con a spanne almeno il quarantotto di piede, meravigliosamente di rosso vestita, ti prende sottobraccio e ti invita alla festa della via: Zeedijk, sinuosa via con melting pot di popoli, che segna il margine della zona aluce rossa. Allora strabuzzi gli occhi e vedi che al centro della strada si snodano tavoli e panche a formare un serpentone lunghissimo, con su ogni ben di Dio, offerto dai negozianti a chiunque voglia unirsi a festeggiare. La prima domanda che ti sorge è cosa ti sei fumata, ma ti ricordi che hai smesso anni fa. Ci sono centinaia di persone: turisti armati di zoom in erezione, famiglie olandesi con pargoli dai capelli color paglia che si ingozzano di dolci, cinesi con la fascia in testa che armeggiano coi wok, drag queen di una bellezza che lascia senza fiato che chiedono ad anziane signore divertite di lasciargli i loro mariti, uomini vestiti da donne e donne vestite da uomini, un pianoforte che suona in strada e una cantante di opera che si affaccia dal primo piano, palloncini a cuore e nastri rossi appesi dappertutto. La seconda domanda che sorge è se sei finita nel Paese delle meraviglie e qui ti rispondi di sì. Lasci vagare lo sguardo, sulle persone allegre che cantano vecchie canzono olandesi, sui bimbi allegri che ridono, sull'anziana signora con la collana di perle e il tailleur che regge lo strascico alla drag quenn vestita da sposa che coi tacchi fa fatica a camminare, sui clienti di T'Mandje, sempre gli stessi da quando sei qui, che scherzano con chiunque passi e ti chiedi quanto deve essere bello vivere in un Paese normale, dove si può stare tutti insieme divertendosi, senza falsi moralismi, dove alla fine quello che conta è sentirsi parte di una comunità. Questo essere così allegri e così rispettosi fa venire il magone, ci rode di invidia democratica e civile. Ma una festa non ammette tristezza e allora in alto il bicchiere e via dentro la mischia.

La festa ha origini medievali, si ripete ogni anno ed è una festa più per il quartirere che per i turisti. Le foto, prima o poi, arriveranno. Per chi vuole saperne di più (e sa l'olandese) www.dehartjesdagen.nl


13 agosto 2008
DIARI
Il complesso di Clint Eastwood


Da piccola a casa mia si guardava la tv un'ora al giorno. Ma se alla sera davano un western babbo se lo guardava dall'inizio alla fine e guai a fiatare. Ho la sensazione che lui preferisse i cavalli, ma io mi sono innamorata irrimediabilmente di Clint Eastwood. Mi ha segnato la vita amorosa: se non sono alti, con le labbra perfette, con la barba lunga e la faccia un po' da tenebroso maledetto, ecco io non me li filo. E mica è facile trovarne, di Clint Eastwood.


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11 agosto 2008
DIARI
Notizie dai canali - Di vento e di marinai


Quest'autunno in anticipo è un regalo inatteso, quassù tra i canali. Le nuvole che viaggiano veloci, i gabbiani che gridano nel cielo grigio, i cigni che navigano aristocratici, i gatti che ronfano pigri alle finestre. Il vento fresco che sgombera i polmoni e i pensieri. E' piacevole camminare tra i canali e perdersi nei dettagli degli stemmi e dei frontoni seicenteschi. E' straordinaria la cortesia allegra di questo popolo di giganti che fanno il karaoke su vecchie canzoni popolari al sabato sera al bruin koeg “De 2 Zwaantjes”, che sfreccia in bicicletta con una nidiata di marmocchi biondissimi sul cassone anteriore, che è sempre pronto a rivolgerti la parola. Mi piace andare alla deriva per le strade, “testa levante, croce ponente” e, come un bravo marinaio, fermarmi nei porti sicuri, a sorseggiare witte bier fino a fare promesse che non potrò mantenere. E dato che le parole delle promesse da non mantenere vanno gettate rigorosamente al vento, il posto migliore che sono riuscita a trovare a tale scopo è al mulino De Gooyer, l'ultimo di Amsterdam, accanto a una fabbrica di birra, la Ijmeer. Uova di struzzo come dei lampadari - lo struzzo è sull'etichetta - , migliaia di vecchie bottiglie alle pareti, piastrelle quadrate bianche sui muri (erano vecchi bagni pubblici), vista sul canale, tavoli collettivi e grande allegria senza eccessi nei cuori. Giusto il tempo di tirare un po' il fiato, poi si alza il vento e si deve ritornare a veleggiare.

1 agosto 2008
DIARI
Come un tulipano tra i mulini a vento


Noi si parte a breve. Ci potrete incontrare mentre pedaliamo tra i canali di Amsterdam (ricordate di scansarvi, siamo pericolosi), contempliamo i riflessi delle facciate delle case sull'acqua, gustiamo la birra da Hoppe a Spui, facciamo spesa al mercato con la sporta di paglia. Un mese è lungo: tra i buoni propositi c'è quello di lavorare e studiare, tra i cattivi quello di ricominciare a fumare e di stramazzarci di aringhe e formaggi. Chi vivrà vedrà. Dato che è una vacanza a metà sarò spesso al computer: vi aggiornerò. Se passate in Geldersekade strasse fate un fischio lungo, poi uno corto, poi uno lungo: calerò le mie trecce da una delle finestre della via. Buone vacanze a chi oggi molla gli ormeggi per veleggiare verso altri lidi.
(Ah, quello nella foto è un autoritratto del 2006, ora sono ingrassata un poco, non pensate di riconoscermi)


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22 luglio 2008
DIARI
Dove il vento fa il suo giro

Il sole squarcia d'improvviso le nuvole, illumina le vacche sdraiate, le genziane diritte e le marmotte iperattive, poi lentamente si dissolve e una nuvola ci inghiotte nuovamente, mentre seduti sul bordo dello strapiombo restiamo in silenzio a inseguire i pensieri, rarefatti come l'aria. Un valico è sempre un'emozione atavica, parla di popoli in cammino, di sudore e di fatica, di commercio e di pericoli, di sopravvivenza e di morte, di fughe e di salvezze. Il Passo dell'Agnello, sulle Alpi Cozie, duro, severo e desolato, sovrastato dal Monviso spoglio e maestoso, con una strada che da sola è una poesia, è una fatica da conquistarsi a caro prezzo. Storia di catari e di eresia, di danze e tradizioni, di leggende e trovatori. Dove il vento fa il suo giro le nuvole si alzano e si abbassano, ci avvolgono e travolgono, ci svuotano e ci riempiono, ci lasciano soli con noi stessi. Dalla nuvola appare Walter, un bel viso e un bel sorriso. Parla del pascolo e delle mucche, del cane Fiume che è diventato vecchio e stanco nel vano tentativo di acchiappare caprioli, tutta la vita inseguendo un sogno. Mentre le nuvole attraversano il valico portano grosse gocce di pioggia e nessuno di noi se ne cura.

Se Chanto*
Devant de ma fenestro/ia un auzeloun/Tuoto la neuch chanto,/Chanto sa chansoun/Se chanto, que chante/Chanto pa per iuo/Chanto per ma mio/Qu'es da luenh de iou/Aquelos montanhos/Que tant autos soun/M'empachoun de veire/Mes amors ount soun/Autos, ben son autos,/Mas s'abaissarèn/E mas amoretas/Vers iou tornarèn/Baisà-vous montanhos,/Planos levà-vous/Perquè pòsque veire/Mes amors ount soun.

Se canta
Davanti alla mia finestra/C'è un uccello/Tutta la notte canta,/Canta la sua canzone/Se canta, che canti/Non canta per me/Canta per la mia amica/Che è lontana da me/Quelle montagne/Che tanto alte sono/Mi impediscono di vedere/Dove sono i miei amori/Alte, ben son alte,/Ma si abbasseranno/E i miei amori/Verso me torneranno/Abbassatevi montagne/Alzatevi pianure/Affinché io possa vedere/Dove sono i miei amori.

*canto occitano

8 luglio 2008
CULTURA
Di Saluzzo e dei piemontesi

 Capita che ti trovi un lunedì qualunque di luglio a Saluzzo e ti scappa la pipì. Che farla non è facile come sembra, perché tutti i bar che incontri sono chiusi. Che anche l'ufficio turistico è chiuso e nella bacheca all'ingresso ha solo piantine della città scritte in tedesco, ma io non capisco il tedesco, scusi, pardon. Che anche tutti i musei sono chiusi e sotto il sole di mezzogiorno non ti resta altro che guardare dal basso verso l'alto – con una faccia un po' così e un'espressione un po' così - l'ultimo meraviglioso portale di una chiesa sprangata a prova di assedio. Il sole ti crepa la testa, la pipì non l'hai fatta. La città è deserta. Incontri solo qualche turista, con l'aria smarrita di chi sta sbagliando qualcosa e se ne vergogna. Sotto al castello c'è solo un'improbabile arpista che suona in mezzo alla strada, circondata da un fotografo saltellante e ti viene quasi il sospetto che è un miraggio del sole o un effetto della pipì che ti tieni da un'ora. E mentre ti scapicolli giù per una discesa, in fuga dall'arpa elettronica, trovi il “bar del municipio”. Aperto. Pipì. E pure caffè. Poi passata l'euforia del momento trovi pure il tempo di guardarti attorno. E lì sulla sinistra ci sono tre fotografie. Tre paesaggi innevati, nella luce verde di un mattino presto d'inverno, con i corvi che volano e il silenzio felpato del freddo invernale. Sembrano acquerelli giapponesi, semplicemente meravigliose. Il proprietario del bar - scoprirò poi dallo scontrino - si chiama Gualtiero, nome dal suono granitico, che ben si adatta all'omone grande e grosso e a questa giornata d'antan. Mi guarda guardare. Poi, in piedi dietro al banco, mentre mi fa lo scontrino, mi dice che le fatte lui vent'anni fa, una mattina all'alba che andava a lavorare. Con una vecchia Minolta. La luce verde c'era davvero, lui ha scattato. Solo tre foto. Eccole lì. Un capolavoro. Se di solito c'è qualcuno capace di lasciarmi lì con un'espressione stupita, state pure certi che è un piemontese. Perché quelli che conosco io rispettano un po' sempre il luogo comune che li vuole seri, affidabili, persone solide, senza grilli per la testa. Sono tutte persone discrete, essenziali, che hanno il dono del sapere ascoltare e del sapere fare, sempre precisi, sempre bene. E tu un po' ci caschi, nell'immaginarteli vagamente grigi e metodici. Ma è lì che ti fregano. D'improvviso c'è il guizzo che non ti aspetti, un sopracciglio che si inarca, una battuta che ti stende, un racconto che li svela nell'essenza. Ma mica lo puoi prevedere, neh, arriva d'improvviso, lo puoi solo raccogliere e conservare gelosamente. E così in un lunedì cocente di luglio dalla città di Saluzzo, così bella e così spettrale, torno felice con un piccolo pezzetto di poesia.

27 giugno 2008
DIARI
Parole come pietre

Mi coglie impreparata la tua schiena che sussulta, le lacrime che per un attimo, soltanto un attimo,solcano le tue guance scavate, quando mi dici che la massa è grande e il cinquanta per cento delle possibilità troppo poche, o di qua o di là. Ma un attimo dopo sei di nuovo tu, anche se in un corpo così diverso dal tuo, mentre mi chiedi di dire a tutti di stare vicino a tua moglie e ai bambini. Mentre mi dici che tornerai tra due mesi e che nessuno ti deve cercare. Mentre mi dici che farai a modo tuo. Mentre mi spieghi come tagliare il prato e come si fa il gelato di banana senza latte. E io vorrei essere credente per bestemmiare fino a quando ho fiato o per pregare fino al miracolo. Invece mi pianto le unghie nei palmi delle mani e so solo dirti che la tua lotta è la nostra lotta e che ti aspettiamo e che il nostro pensiero sarà con te in ogni istante, perché è l'unica cosa che ti posso offrire e so anche che è fottutamente nulla, mentre fuori il sole brucia e la cicala canta e i tuoi bimbi sono in giardino a giocare e tua moglie si asciuga gli occhi e ti sorride, con la sua forza smisurata, da gigante fragile.




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25 giugno 2008
DIARI
La bottega di Rino

Il negozio di Rino era in cima alla salita e si chiamava bottega. “Andare a comprare” era espressione magica e rituale che lasciava definito il luogo ma non l'oggetto, perché da Rino c'era il mondo in una stanza. Ti accoglieva l'odore di acciughe sotto sale e di baccalà, che era il primo a solleticarti il naso, ma bastava un poco di esercizio per cogliere in sottofondo il gorgonzola, l'aroma pungente delle cipolle e l'odore di pulito del sapone di marsiglia, accatastato in piramidi bianche gialle e verdi sulla mensola. E poi arrivava l'odore grasso del prosciutto e quello morbido delle prugne. E quello dei biscotti, rigorosamente di due tipi: i canestrelli per i più voluttuosi e i lagaccio per gli essenziali. Il pane stava dietro al bancone, dentro enormi sacchi marroncini e Rino, con la matita dietro l'orecchio, segnava i tuoi conti con una scrittura svolazzante e precisa, strapazzando le donne che ciarlavano ad alta voce nell'attesa del proprio turno. Rino apriva due ore al pomeriggio, ma se avevi bisogno bastava chiamarlo forte e lui sbucava da dietro casa con il cane Birillo e la chiave di ferro battuto, si puliva le mani sui calzoni ed era pronto, tutti i giorni, tranne la domenica, perché il sabato era la sera della sbronza e potevi chiamare anche tutto il giorno dopo che tanto era inutile. Da Rino non si poteva avere fretta: era il suo regno, comandava lui. E se passavi di lì al momento giusto ti mandava a portare un pacchetto a qualche vecchio e poi, al ritorno, c'era un regalo per te, un coltellino svizzero, un fischietto, delle biglie, da mostrare agli altri bambini come una medaglia guadagnata sul campo, regali da non cedere a nessuno, a costo della vita.




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18 giugno 2008
letteratura
Io sono una forza del passato
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.

Pier Paolo Pasolini
17 giugno 2008
CULTURA
Ciao, Mario
 
 "Chi cerca di non perdere tempo si perde" M.Rigoni Stern
Mi piace pensarti lì, nel bosco degli urogalli.



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6 giugno 2008
DIARI
Ricordi che scorrono

  Ci sono ricordi che hanno bisogno di essere lasciati a decantare in silenzio, per far affiorare emozioni e immagini che non si è riusciti a tradurre in parole. Poi è qualcosa di improvviso a riportarceli alla mente, un dettaglio insignificante, una musica, una percezione, un profumo e tutto un mondo tenacemente e irrazionalmente rimasto silente esplode in un istante e ti lascia tramortito di emozioni. E' stato nella luce incerta del tramonto in val padana che accarezzava di sbieco un Ticino ancora gonfio di acqua che ho ritrovato la Neretva, il fiume che scorre lungo l'Erzegovina, con le sue acque verdissime, quasi dense, di una bellezza ammaliante, vitale e disperata. E ho ricordato come un pugno l'emozione di restare a guardarla scorrere in una valle verdissima, un mosaico bizantino di campi coltivati e di canali, mentre l'immaginazione correva alla storia, a quando questa valle era una palude e lungo le sponde della Neretva genti col fiato sospeso sono restate in un silenzio carico di funesti presagi a guardare passare il corpo dell'erede al trono d'Austria Francesco Ferdinando che dopo l'attentato di Sarajevo fu traghettato fino al mare. E ancora più grande e più carico di emozione è il ricordo del fiume da una terrazza sospesa tra la terra e il cielo su Mostar, mentre nell'aria restava il canto del muezzin a sovrastare le rovine e sul fondo il fiume a scorrere implacabile, come il tempo sulle atrocità. E in questa sera padana mi assale la nostalgia pungente di un'emozione affiorata e la voglia di riuscire a vedere il dorso argentato di una trota guizzare. Ma la sera già scende e la luce è cambiata. E' già tempo di andare.


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IL CANNOCCHIALE